
Negli ultimi mesi ho sperimentato un cambiamento significativo nel mio corpo. Il mio corpo sembra essersi ribellato, muovendosi e trasformandosi in modi che non a volte faccio fatica a controllare. Sono dimagrito notevolmente, quasi senza rendermene conto, come se il mio corpo avesse una vita autonoma. Questo movimento interno, questo impulso inarrestabile, ha influenzato profondamente il mio rapporto con lui, facendomi percepire con maggiore consapevolezza la sua autonomia e invitandomi a ri-abitarlo.
Durante l’esperienza di comunitàa Panta Rei, ho conosciuto il gruppo del Teatro Selvatico e ho avuto l’opportunità di connettermi con il mio corpo in modo nuovo attraverso la danza. La danza è diventata un mezzo attraverso cui il mio corpo ha potuto esprimere questo movimento interno, quasi come se stesse reclamando il suo spazio. Ho partecipato a un laboratorio sulla danza di Clelia Moretti a Sosta Palmizi, mi sono divertito, emozionato, ho ripreso contatto in modo nuovo con il mio corpo. Queste esperienze hanno rafforzato il mio desiderio di esplorare il corpo come mezzo di espressione artistica. Anche la pratica quotidiana dello yoga mi permette di riconnettermi con il mio corpo, riscoprendone la bellezza e la vitalità. Mi ritrovo a volte a muovermi, come se stessi ballando; è un movimento interno che non si esprime esternamente e mi mette in una condizione di gioia e allegria.
Più volte è capitato, durante i miei 52 anni, che il corpo intuisse prima della testa quello che mi stava accadendo e si facesse interprete del mio sentire. Come se, in qualche modo, il mio corpo capisse prima ciò che mi sarebbe accaduto e lo esprimesse con un movimento interno che non potevo ignorare. Più volte il mio corpo mi ha messo nella condizione di fermarmi come una sentinella, si è preso la responsabilità di dire basta, di porre un limite e creare uno spazio di rigenerazione che la sola mente faceva fatica a costruire: ricreare l’equilibrio, quella giusta distanza che permettesse di nuovo alla mente di capire e di comprendere.
Questo viaggio di esplorazione personale mi ha portato a desiderare di fissare questo nuovo corpo, di conoscerlo e riconoscerlo attraverso l’autoritratto. Ho utilizzato l’esercizio-corpo del metodo Spex, ho lasciato che quell’occhio immobile sul cavalletto eppure in movimento con il suo otturatore indagasse sul il mio corpo, come un medico che indaga sul paziente. In questo processo ho affrontato anche le mie paure, la paura di ciò che la magrezza potesse rappresentare, una vulnerabilità inaspettata, come se avessi paura che in questa magrezza ci fosse qualcosa che non andava bene, che per chi mi conosce non andasse bene, e la paura di non accettare i cambiamenti che l’età porta con sé.
Accettare il corpo come un alleato, che ha una sua vita e dei propri bisogni, tra cui il bisogno di essere visto e osservato, e non solo come un involucro che ci permette di stare al mondo, è un processo continuo che richiede ascolto e attenzione. Un corpo che cambia e reclama il suo spazio, come cambia la vita, ci invita a fare lo stesso, a ridefinire i nostri equilibri e a riscoprire la bellezza di ogni fase dell’esistenza.






















